martedì 10 gennaio 2023

Acqua alle corde !

Corriere Adriatico

 

Acqua alle corde è la frase pronunciata durante il trasporto dell’obelisco di piazza San Pietro (XVI secolo). Il papa Sisto V aveva pubblicato un editto che imponeva, pena la morte, che nessuno parlasse durante l’operazione (peraltro molto complessa perché l’obelisco pesava ben 350 tonnellate), ma il capitano Benedetto Bresca, un marinaio di Sanremo, vedendo che le corde che reggevano il monolito si allungavano e per di più si stavano surriscaldando rischiando di prendere fuoco, non curandosi della minaccia papale, gridò nel suo dialetto la famosa frase (aiga ae corde!).

Bresca, da esperto marinaio qual era, sapeva molto bene che le corde di canapa cedono e si surriscaldano se sottoposte a grandi frizioni; l’acqua che vi fu gettata fu quindi provvidenziale. L’operazione ebbe dunque successo ed evitò un grande disastro; il capitano Bresca fu arrestato, ma il papa, grato per la soluzione suggerita, non solo non punì il marinaio sanremese, ma gli disse addirittura di scegliere la ricompensa. Bresca allora ottenne di poter inviare ogni anno, da Sanremo a Roma, le palme che sarebbero state utilizzate per il periodo pasquale.

fonte: https://www.scuola-e-cultura.it/

sabato 31 dicembre 2022

In ricordo di Benedetto XVI

 



Nel giorno della morte, ricordiamo Papa Ratzinger pubblicando l'articolo  di Lorenzo Bertocchi dal titolo "Benedetto XVI a La Verna, il discorso che non ci fu", tratto dalla Nuova Bussola Quotidiana del 6 aprile 2014


Lo scorso 26 marzo i frati francescani de La Verna sono scesi dalla montagna per incontrare il Papa emerito. «Se il papa non può andare alla montagna è la montagna che viene al papa», così ha detto Fr. Massimo Grassi, padre guardiano de La Verna, per ricordare la mancata visita di Benedetto XVI del maggio 2012. Durante la visita pastorale ad Arezzo, La Verna e San Sepolcro il maltempo, infatti, impedì al Papa di salire al Sasso Spicco della Verna.


I frati hanno incontrato anche Papa Francesco nel corso della tradizionale udienza del mercoledì, con lui la conoscenza risale nientemeno che alla prima messa pontificale, quando volle proprio i frati de La Verna a servire all'altare. Nel pomeriggio, invece, l'incontro con il papa emerito. Le immagini ci mostrano Joseph Ratzinger in buona forma, lo stesso P. Grassi ha dichiarato di aver trovato «un uomo molto lucido che sa di avere una missione diversa da quella precedente: non più governare la Chiesa, ma pregare per essa».


Insieme al sindaco di Chiusi i frati hanno consegnato a Benedetto XVI alcuni doni che erano a lui destinati nel maggio 2012. Quel 13 maggio il Santo Padre avrebbe dovuto pronunciare un discorso che però non fu mai tenuto proprio a causa della mancata visita. In quella bella meditazione sulla contemplazione del Crocifisso si legge un passo di S. Bonaventura da Bagnoregio, un dottore della Chiesa molto amato da Ratzinger. Un passo interessante sul coinvolgimento interiore nel rapporto con Dio.


«Non è infatti con l’orgoglio intellettuale della ricerca chiusa in se stessa che è possibile raggiungere Dio, - si legge nel discorso mai pronunciato - ma con l’umiltà, secondo una celebre espressione di san Bonaventura: “[l’uomo] non creda che gli basti la lettura senza l’unzione, la speculazione senza la devozione, la ricerca senza l’ammirazione, la considerazione senza l’esultanza, l’industria senza la pietà, la scienza senza la carità, l’intelligenza senza l’umiltà, lo studio senza la grazia divina, lo specchio senza la sapienza divinamente ispirata”».


La Croce di Cristo è il “luogo” eletto per una contemplazione che «è opera della mente, ma non riesce a librarsi in alto senza il supporto, senza la forza dell’amore». Questo è quello che S.Francesco ha vissuto perfino nella sua carne.


La figura del Santo di Assisi viene tratteggiata da Benedetto XVI in modo chiaro quando, in quel discorso mai tenuto, sottolinea che la sua sequela, imitatio e conformatio Christi «dice anche a noi che non basta dichiararsi cristiani per essere cristiani, e neppure cercare di compiere le opere del bene. Occorre conformarsi a Gesù». La Passione del Signore che culmina nella crocifissione ricorda, tra l'altro, che «è il sacrificio della Croce che cancella il nostro peccato, una mancanza che può essere colmata solo dall’amore di Dio». L'Amore chiede solo di essere riamato.


Nel 2007, durante la sua visita ad Assisi, Benedetto XVI ricordava come «l'effetto purificante e sanante [della misericordia] si realizza se c’è nell’uomo una corrispondenza di amore». La misericordia, tuttavia, «non cambia i connotati del peccato». Per Gesù – diceva papa Ratzinger nel 2007 - «il bene è bene e il male è male» e la corrispondenza di amore che libera l'uomo dal peccato «implica il riconoscimento della legge di Dio, il pentimento sincero, il proposito di una vita nuova». A scanso di equivoci – specificava il Papa - è da notare che la misericordia di Gesù non si esprime mettendo tra parentesi la legge morale.

Il magistero di questo straordinario Papa è una ricchezza importante per la Chiesa, anche Papa Francesco nella sua intervista al Corsera ha ribadito che la «sua saggezza è un dono di Dio» e che il Papa emerito «non è una statua in un museo», ma «è un istituzione».

Vederlo tra i frati de La Verna è stata una bella occasione per leggere, o rileggere, un discorso mai pronunciato, parole di “un nonno” i cui consigli – ha detto Papa Francesco - «danno forza alla famiglia».

giovedì 13 ottobre 2022

1962: il Papa terziario in visita a Jesi

 



Papa Giovanni si era alzato a notte fonda e pensò che avrebbe dovuto affrontare una giornata molto intensa.

Rivolse una preghiera a Maria e a Francesco, come per annunciare che, appena qualche ora dopo, si sarebbe presentato nelle loro case. Aveva bisogno della loro intercessione, in vista dell’imminente apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II.

Un treno, messo a disposizione dal Presidente della Repubblica Antonio Segni, lo stava aspettando nella piccola stazione vaticana per le ore 6.30.

Era la prima volta che un Pontefice utilizzava un convoglio ferroviario, con partenza dai Sacri Palazzi.

Amintore Fanfani, Presidente del Consiglio in carica, lo avrebbe accompagnato durante il viaggio, salendo dalla stazione Tiburtina.

Il tragitto avrebbe segnato soltanto due tappe, a Loreto e ad Assisi, con successivo rientro a Roma nella serata dello stesso giorno: 4 ottobre 1962, festa del patrono d’Italia.

Settecento chilometri di strada ferrata, durante i quali l’ottantunenne Papa, già malato, sarebbe rimasto continuamente affacciato al finestrino per ammirare il paesaggio umbro-marchigiano ma, soprattutto, per rispondere al saluto affettuoso delle migliaia di persone che avevano invaso le stazioni.

Orte, Terni, Foligno e poi Jesi dove lo attesero in 15 mila.

Sulla banchina di viale Trieste, presenziò il Vescovo Giovanni Battista Pardini, attorniato dal Capitolo e dai sacerdoti della Diocesi di San Settimio.

Il Vicesindaco Vittorio Massaccesi, partecipò all’evento in rappresentanza della Giunta Borioni.

Racconta l’anonimo cronista di Voce della Vallesina (ma è palesemente riconoscibile lo stile del Direttore don Costantino Urieli): “Chi è rimasto nelle proprie case? Le fabbriche, le officine, i negozi si sono chiusi, mentre le sirene delle fabbriche fischiavano, le campane delle chiese squillavano e il campanone di Palazzo della Signoria scandiva il momento storico che Jesi stava vivendo”.

In effetti, l’ultima visita di un Papa a Jesi risaliva ad oltre un secolo prima, allorquando il 25 maggio 1857 Pio IX fu accolto in città su invito del Cardinale Luigi Morichini. Evento di forte impatto, non solo per ragioni spirituali, ma anche per le sorti economiche del territorio: Papa Mastai colse l’occasione per comunicare che il tracciato della ferrovia di collegamento tra Roma e l’Adriatico (all’epoca in fase di progettazione),  avrebbe sicuramente attraversato la valle del fiume Esino.

Profondamente diversi, nel 1962, il contesto storico e il ruolo del Papa: “Non era il Sovrano di uno stato terreno, quale lo videro e lo acclamarono gli jesini 105 anni or sono. Ora era il Sovrano di tutto il mondo; di un mondo e di una società nuova che in umiltà di spirito e in gesto di infinito amore raccoglieva ed interpretava ufficialmente, quale Vicario di Cristo, le ansie e le speranze di tutta l’umanità”.



A tutt’oggi, si trattò dell’ultimo transito di un Papa nella nostra terra: “Un passaggio rapido e fugace – scrive, ancora Voce – ma nel cuore di tutti è rimasta la dolcezza di quel sorriso buono e paterno, di quella benedizione ampia e cordiale. Il Papa ha benedetto Jesi. Nel suo gesto calmo e sereno, nella profonda semplicità del suo sguardo colmo di amore verso la città di Pergolesi, un nuovo cammino, un nuovo auspicio di pace e di bene si è aperto per Jesi e per la Vallesina ”.

Il treno proseguì per Ancona, per poi raggiungere Loreto e la Santa Casa di Maria di Nazareth (chiamata da Papa Giovanni con l’appellativo di “Prima stella del Concilio”) e, di seguito, Assisi (“Qui siamo veramente alle porte del Paradiso”).

Attorno a mezzanotte, rientrato a Roma, il Papa annotò nel suo diario: «Questa è data da scriversi aureo colore nella mia vita: il pellegrinaggio che volli fare - e pochi giorni bastarono al concepirlo, al farlo e a riuscirvi con l’aiuto del Signore - alla Madonna di Loreto e a san Francesco di Assisi, come a implorazione straordinaria di grazia per il Concilio Ecumenico Vaticano II. Lo pensai, al solito, con semplicità, lo decisi: il cardinale Segretario di Stato se ne interessò con vivo trasporto. Scrivo questa nota al termine della giornata che di fatto resterà una delle più sante e felici del mio umile pontificato».

 

                                                                                            Mauro Torelli