domenica 17 novembre 2013

Terra dei Fioretti: l'esecuzione a San Francesco d'Assisi

26 ottobre 2013: esecuzione della cantata nella chiesa di San Francesco d'Assisi (cronaca tratta da Voce della Vallesina del 10 novembre 2013)

sabato 9 novembre 2013

La sacra rappresentazione di Pietro Paolo Agabiti


Autore: Pietro Paolo Agabiti (Sassoferrato 1470 circa - Cupramontana 1540)
Titolo: San Francesco fra Sant’Antonio da Padova e San Bernardino da Siena 
Datazione: anno 1530
Localizzazione: JESI - Pinacoteca Civica  
Dati tecnici: olio su tela, cm. 155 x 150
Descrizione: 
  • Proviene dalla chiesa di San Francesco al Monte. L’iconografia e il supporto su tela fanno ipotizzare che il dipinto fosse uno stendardo processionale, un genere di immagine dal valore votivo utilizzate durante le processioni per ottenere particolari grazie. A questo uso può corrispondere il carattere didascalico e didattico dell’immagine, chiara, schematica e con la presenza delle scritte “a fumetto” che disegnano un dialogo fra i personaggi. Su uno sfondo di paesaggio che appare attraverso una tenda rossa aperta, compare al centro, frontale e con le braccia alzate per esibire le stimmate, San Francesco fra due santi francescani inginocchiati: a sinistra Antonio da Padova – riconoscibile per il vasetto con il giglio – e a destra Bernardino da Siena, con l’astuccio degli occhiali alla cintura e la tavoletta con il monogramma di Cristo posata a terra. Antonio mette le dita sulla piaga del costato e si porta l’altra mano al petto, esclamando “QUE SUNT PLAGE ISTE PATER BEATISSIME IN CORPORE TUO SANCTISSIMO (“Cosa sono o padre beatissimo, queste piaghe nel tuo santissimo corpo?”)  mentre Francesco rivolge a San Bernardino le seguenti parole: “HIS PLAGIS PLACATUS SUM IN DOMO DEI MEI” (“Grazie a queste piaghe sono stato riconciliato nella casa del mio Dio”). Il sipario, le scritte, la teatralità dei gesti rimandano anche a un contesto teatrale, consentendo di ipotizzare che l’immagine sia legata alla predicazione, particolarmente sviluppata proprio dai francescani osservanti a cui apparteneva la chiesa di San Francesco al Monte secondo modalità fortemente drammatiche e coinvolgenti.  (fonte: www.musei.marche.it )

    Pietro Paolo Agabiti nacque a Sassoferrato, nel 1465 o nel 1470. Seguace di Cima da Conegliano e influenzato da Alvise Vivarini, finì la sua prima opera a noi nota nel 1497, la Madonna in trono ora esposta nei Musei Civici di Padova. In un documento del Comune di Serra de' Conti, Agabiti è menzionato in un fatto violento, e forse proprio per sottrarsi alla legge Agabiti lasciò Sassoferrato scegliendo volontariamente l'esilio. Forse si spostò in Romagna e poi nel Veneto, comunque nel 1496 era a Jesi e nel 1510 di nuovo nella sua città natale, dove dipinse un anno dopo la Crocifissione e nel 1524  Il San Benedetto.
    Nel 1531 si ritirò a Cupramontana in un convento francescano, dove morì nel 1540 circa.

    Per quanto riguarda la formazione artistica di Agabiti, egli si formò seguendo dapprima la pittura veneta, poi si interessò ai lavori di Lorenzo Lotto e Marco Palmezzano. Un ulteriore passo importante nella sua maturazione artistica fu determinato dall'incontro, avvenuto nelle Marche, con Antonio Solario, pittore con cui lavorò a Fermo, Macerata, Osimo e in altri centri del piceno. Altre personalità che influenzarono l'Agabiti furono Carlo Crivelli e Luca Signorelli, con il quale tra l'altro lavorò a Jesi dal 1507 al 1510.

domenica 3 novembre 2013

Echi della festa

Voce della Vallesina, 3 novembre 2013

Avvenire, 26 ottobre 2013

Voce della Vallesina, 3 novembre 2013

domenica 27 ottobre 2013

sabato 26 ottobre 2013

Tutta l'umanità trepidi !


Ascoltate, fratelli miei. Se la beata Vergine è così onorata, come è giusto, perché lo portò nel suo santissimo seno; se il beato Battista tremò di gioia e non osò toccare il capo santo del Signore; se è venerato il sepolcro, nel quale egli giacque per qualche tempo; quanto deve essere santo, giusto e degno colui che stringe nelle sue mani, riceve nel cuore e con la bocca ed offre agli altri perché ne mangino, Lui non già morituro, ma eternamente vincitore e glorificato, sul quale gli angeli desiderano volgere lo sguardo!

Badate alla vostra dignità, fratelli sacerdoti, e siate santi perché egli è santo. E come il Signore Iddio vi ha onorato sopra tutti gli uomini, con l'affidarvi questo ministero, così voi amatelo, riveritelo e onoratelo più di ogni altro uomo.
Grande miseria sarebbe, e miseranda meschinità se, avendo lui cosi presente, vi curaste di qualunque altra cosa che esista in tutto il mondo.



Tutta l'umanità trepidi, I'universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull'altare, nella mano del sacerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e degnazione stupenda!
O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane!
Guardate, fratelli, I'umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre.


Fonti Francescane 220 - 221


Lo Sporticello


All’indomani del Capitolo dell’Acquarella (1529) la diffusione del movimento cappuccino fu imponente, in particolar modo nel territorio marchigiano.



Nel rispetto delle Costituzioni i conventi dovevano sorgere fuori dell’abitato in luoghi solitari, non troppo lontani dalla città perché l’eccessiva distanza avrebbe reso difficile l’accesso dei fedeli, ma neppure troppo vicini per preservare il clima di raccoglimento dei frati:



“Che li luochi tutti siano presi fuori delle città distanti per un miglio, o poco manco; et che detti luochi che s’hanno a pigliare, et fabbricare, sino sempre sotto il dominio delli padroni, ovvero delle città, et siano sempre presi con questa conditione, che ogni volta, che li trovasse impedimento alla vita nostra, li frati liberamente si possino partire, et quando alli padroni no’ piacesse che frati abitassero in detto luoco, senza alcuna conditione s’habbiano a partirsi et andare in altro luoco".



Nel 1541 il Comune di Jesi assegnò all’ultima nata tra le famiglie francescane, un terreno nei pressi della Selva della Sterpara in località Castellare (l’attuale Tabano). Ancora oggi, tra i  contadini della zona,  è tramandata la memoria di una via denominata “Cappuccini vecchi”, a ricordo del primo insediamento inaugurato il 5 ottobre 1544.



Il convento fu sede del noviziato ed ospitò, nel 1557, Serafino da Montegranaro, destinato a salire agli onori degli altari nel 1767.



L’eccessiva distanza dal centro urbano  e la scarsità d’acqua in loco, indusse i Cappuccini, dopo appena 50 anni, a vendere l’edificio e a costruire, con il ricavato, un nuovo convento in un’area messa a disposizione dalla Famiglia Nobili nella zona dell’Isolato Carducci, a 46 passi dalla città.



La nuova struttura, cui era annessa la Chiesa di San Michele, disponeva di ben 34 celle e fu inaugurata nel 1592.



La grande stima acquistata in pochi anni dai Cappuccini, fece sì che il Comune decidesse di aprire, nel 1605, un varco sulle Mura Occidentali, con lo scopo di agevolare l’accesso in città dei frati, anche in caso di attacchi al convento da parte di malfattori: il passaggio, situato in corrispondenza dell’attuale via Pietro Grizio, prese il nome, ancora oggi in uso, di “sporticello”.
dal libro: "800 anni, ma non li dimostra !", seconda edizione 2010

sabato 12 ottobre 2013